Alejo Carpentier
I Passi Perduti
Alejo Carpentier nacque a La Habana nel 1904 da madre russa e padre francese.
I genitori giunsero alle Antille nel 1902 e, in seguito, si trasferirono a Cuba.
Il giovane Alejo abbandonò gli studi di architettura all’età di diciassette anni, per dedicarsi al giornalismo e, nel 1924, fu capo redattore della rivista Carteles. Nel 1927 venne incarcerato per aver firmato un manifesto contro il dittatore Machado, si rifugiò in Francia nel 1928 e, dopo aver soggiornato in Venezuela, rientrò in patria e ottenne dal governo di Fidel Castro incarichi diplomatici e culturali. Alejo Carpentier non fu solo scrittore e giornalista, ma anche raffinato critico musicale, musicologo, autore di balletti e libretti d’opera e del saggio “La Musica a Cuba”, frutto di un’imponente ricerca di archivio e pubblicato nel 1946. Splendido anche il romanzo "Il secolo dei Lumi" edito in Italia da Sellerio.
Nel 1977 fu insignito del premio Cervantes, morì a Parigi nel 1980.
Un breve rimando biografico per un autore che amo molto leggere e che ho sempre ammirato per erudizione e cultura, anche musicale. Tutto questo emerge dai suoi romanzi, li arricchisce ed è cifra che contraddistingue la sua raffinata scrittura. A lui la critica letteraria attribuisce la definizione del “reale meraviglioso”. Nel prologo del suo romanzo Il Regno di questa Terra (1949) scrive:”…molti dimenticano, travestendosi da stregoni a buon mercato, che il meraviglioso si manifesta in modo inequivocabile quando sorge da una inaspettata alterazione della realtà, da una illuminazione inabituale, o singolarmente propizia delle scale e categorie della realtà, percepite con una intensità particolare grazie a una esaltazione dello spirito che lo porta a una specie di “ stato limite”[…] Tutto ciò mi è diventato particolarmente evidente quando sono stato ad Haiti: sono entrato in contatto con qualcosa che potremmo chiamare il “reale meraviglioso”. [Rosalba Campra- L’America latina l’identità e la maschera- Ed. Meltemi, pag. 66]. Detto per inciso, testo critico di perfetta penetrazione della materia, quello scritto da Rosalba Campra. Altro testo decisivo per formarsi un’idea dell’autore e, più in generale, della letteratura latino americana è quello di Francesco Varanini che, a proposito dell’opera di Alejo Carpentier, presenta un capitolo ricchissimo, abbinato, in ogni senso, all’imponente figura letteraria e poetica di Lezama Lima. Ritengo sia molto interessante leggerlo perché entrambi i modi letterari dei due autori, illuminano e accentuano due aspetti della scrittura e del sentire il materiale letterario che sono opposti ma complementari e vanno ad arricchire quello che Varanini, con acume, definisce il contrappunto cubano dell’eccesso e della regola.
Los pasos perdidos invece è sentire che trabocca in parola e vedere che si trasforma in osservazione.
Questa lettura mi ha molto emozionata e commossa, mi ha lasciato un senso di pacifica malinconia contenuta da una scrittura sincera e palpitante.
“Non sono qui per pensare. Non devo pensare. Devo prima di tutto sentire e vedere. E quando si passa dal vedere al guardare, luci strane si accendono e tutte le cose acquistano una voce”.
La musica è sempre presente e lo è come una forma di amore ed emerge da un silenzio profondo e ombelicale che aderisce come pelle alla Selva Madre.
“ SILENZIO è parola del dizionario. Essendomi occupato di musica, l’ho usata più degli uomini di altre professioni. So come ci si può servire utilmente del silenzio, come si misura, come si inquadra. Ma ora, seduto su queste pietre, il silenzio è vivo: è venuto da una lontananza tanto infinita, è denso di tanti altri silenzi che in esso la parola risuonerebbe con un fragore cosmico”.
La Selva Madre che non è paradiso perduto, ma progressiva riscoperta del sé e rivendicazione del Caos come matrice e generatore di vita. Immagine mitica dell’incontro dell’uomo con il suo sé più profondo attraverso la Natura. Ritornare sui propri passi significa perdere la possibilità di entrare da questa porta per sempre, significa dichiarare il proprio fallimento.
In questo romanzo che è anche il suo luogo autobiografico, l’autore confessa la sua impotenza: è impossibile tornare all’età dell’oro, è impossibile saldare vita e sogni. L’uomo lotta con la natura e con il fato ed è sconfitto. L’eroismo sta nel sopravvivere al fallimento elaborando la realtà, le contraddizioni e la nostra natura di uomini vulnerabili.
“Ma subito ci venne incontro una notte più profonda, una notte che ci dominò coi suoi valori di silenzio, con la solennità della sua immanenza carica di stelle. […] Un suono ci fece fermare meravigliati e dovemmo più volte riprendere il cammino e fermarci di nuovo, prima di capire il mistero di quella meraviglia: i nostri passi risuonavano sul marciapiede opposto”.
Commenti
Posta un commento