Juan Carlos Onetti
Gli addii
Al termine della lettura ho avuto la sensazione di qualcosa che stava scivolando via. A distanza di qualche giorno, ripensandoci, quella sensazione è penetrata in profondità, ha trovato il posto che conosco e che a volte mi sembra ancora da esplorare.
E’ stato un contatto impercettibile con l'invisibile, quasi come esserne sfiorata, senza avvertirlo nel momento in cui è accaduto, ma nel momento in cui sono uscita da quello che avevo letto. Come se la lettura che avevo appena finito fosse stata parziale, fosse stata soltanto il mezzo per entrare in un territorio più vasto.Pochi elementi, il fuoco costante sui particolari che mi hanno permesso una libertà d’immaginare più ampia, tanto da tratteggiare un disegno mentale del paesaggio, dei volti, dei luoghi, dei corpi.
Ho pensato anche al limite della parola quando si entra nel territorio della percezione. Mi è sembrato che questa sensazione si rivelasse gradualmente come una traccia d’inchiostro simpatico, un segnale non verbale, un ammiccare di sfuggita. Mi rendo conto che non è un paragone letterario, ma un tentativo di capire il motivo per cui ho ricordato altri autori, letti e amati tanto quanto Onetti.
In questo momento penso a Rulfo, penso alle pagine del Pedro Páramo, ad alcuni momenti che hanno la qualità di un’apparizione variabile, dove la variabile è l’istante che corrisponde al mio modo di leggere. Variabili infinite che dipendono da istanti suscettibili e a volte eccentrici; così nel leggere e rileggere, ogni libro acquista la qualità dell’istante e, nel tempo, diventa lettura infinita, inscritta in un libro infinito.
Avverto ancora una certa atmosfera, qualcosa che ha a che fare con il limite o meglio il limitare di cui scrivevo sopra. Le letture che lasciano la sensazione di altezza e profondità, di fuoco inteso come mira visiva e di spazio come ampiezza, hanno anche la caratteristica di mantenere un margine sottile di mistero, di non detto, anche se è scritto. E mi affanno a volte nel cercare spiegazioni, ma sono solo attimi che cerco di rendere plausibili, preferisco però lasciare tutto così com’è .
Che lavori per suo conto, senza interferire.
“ I fatti sono sempre vuoti, sono recipienti che prenderanno la forma del sentimento che li riempirà”.
Dati visibili e dati nascosti, come se questi ultimi avessero trovato posto fra le righe, per sorprendermi all’improvviso.
La prefazione, scritta da Antonio Muñoz Molina, introduce l’opera con riflessioni molto stimolanti a proposito della struttura del romanzo breve, con rimandi letterari a James e Faulkner.
Il saggio inedito di Benedetti, in appendice, è denso e ricchissimo, lo conserverò come traccia importante per altri volumi dell’autore.
Onetti e Santa Maria, Faulkner e la Contea di Yoknapatawpha: due luoghi, due geografie immaginarie che svelano la visione del mondo in letteratura e che accomunano, pur distinguendosi, nel carattere personale e nella cifra letteraria del singolo autore. E perché non ricordare altri luoghi immaginari o reali e plasmati dall’immaginazione. Comala per esempio o la Buenos Aires di Marechal, quel crogiuolo che somiglia a ventagli multicolori, a tratti, quella poesia che rinasce prosa nel quaderno vestito di blu.
J.L.B e non aggiungo altro.
Perché non ricordare alcuni attimi di lettura fermentata della Cuba di Cabrera Infante (il suo nome, non so perché e non me lo chiedo, mi ricorda un angelo ribelle), Roberto Arlt, che altro ancora? Lezama Lima e il suo lussureggiante Paradiso. Tanti, quanti? Roberto Bolaño, si. Anche Melville, Lowry, Carpentier, Puig, Ocampo(Silvina), che meraviglioso Caos.
Il Sertão di Guimarães Rosa, quello di Vargas Llosa.
Mappe, territori, geografie e stratificazioni.
“Giacché gli strati di cose non sono altro che strati che consegnano, solo dopo la ricognizione più accurata, ciò che giustifica tale scavo. Ossia le immagini, che, strappate a tutti i precedenti contesti, per il nostro sguardo ulteriore sono dei gioielli in abiti sobri[…] Così i ricordi veri non devono tanto procedere riferendo, quanto piuttosto designare esattamente il luogo nel quale colui che ricerca si è impadronito di loro[…]”.
Walter Benjamin Aura e choc- Scavare e ricordare pag.363
I traduttori, anche loro, quelli che amano ancora "trafficare con la letteratura",come ha scritto spesso Angelo Morino, grazie.
Macro-Micro-Cosmos.
E’ affascinante essere guidati attraverso questi punti di contatto che producono ampiezza e risonanza. E’ un modo generoso di pensare la letteratura.
Oggi, spinta da un impulso, ho aperto a caso Rayuela. A volte mi piace giocare a campana mondo.
Ho letto questo: “ Il romanzo che c’interessa non è quello che colloca via via i personaggi nella situazione, ma quello che insedia la situazione nei personaggi. Per la qual cosa essi smettono di essere personaggi per diventare persone”. (Morelliana, sempre).
Infine un ricordo di Onetti scritto da Eduardo Galeano:
“ Non aspetta nessun messaggio infilato in nessuna bottiglia mai gettata in nessun mare. Ma il disperato Juan Carlos Onetti non è solo. Sarebbe solo se non fosse per gli abitanti del paese di Santa Maria, tristi come lui, e da lui inventati perché gli tengano compagnia.
Da quando è uscito dal carcere, Onetti vive a Madrid. I militari che comandavano in Uruguay lo avevano imprigionato perché non era di loro gusto un racconto da lui premiato in un concorso.
Con le mani dietro la nuca, l’esiliato contempla le macchie di umidità sul soffitto della sua stanza di Santa Maria o di Madrid o di Montevideo o di chissà dove.
A tratti si alza e scrive urla che sembrano sussurri”.
Eduardo Galeano- Memoria del fuoco vol III Il Secolo del vento pag.306
Galeano, un ricordo a Walsh e alle impalcature di Benedetti.
Andamios.
Il decalogo di Onetti è spettacolare. Non ricordo la scansione precisa ora, ma una delle voci dice “ mentire sempre” e letta dopo la precedente e preparandosi con l’occhio alla successiva, incide.
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