Roberto Arlt
I sette pazzi
“ Non è facile presentare Roberto Arlt fuori dall’Argentina. Ci sono poeti e narratori la cui simbiosi totale con gli ambienti popolari della città in cui hanno vissuto, e che è stata quasi l’unico tema della loro opera, è tale che la traduzione- questa trasmigrazione che va molto oltre la scrittura e la tematica- diventa un’impresa quasi impossibile e quasi sempre approssimativa. Non c’è alternativa, quindi, a tradurli e leggerli a livello di parafrasi, di analogia mentale e sentimentale; il resto, che è sempre la cosa più importante, si perde, come del resto si perdono il senso e la bellezza di un tango cantato in francese o una giava interpretata in spagnolo.
Uno scrittore come Borges passa senza il minimo sforzo da una lingua all’altra, perché il suo pensiero e la sua scrittura sono, per così dire, sovranazionali, senza che la loro autenticità locale ne sia in nessun modo intaccata; questa è una della ragioni per cui lo abbiamo conosciuto e ammirato in Francia trent’anni prima del suo contemporaneo Roberto Arlt che molti argentini considerano altrettanto importante. Laddove Borges suscita in noi ammirazione, Arlt risveglia un amore quasi viscerale; se il primo brilla simultaneamente a Buenos Aires, a Londra e a Parigi, la luce del secondo si concentra e si limita all’interno del perimetro di una Buenos Aires che nessuno conosce meglio di lui, che nessuno ha percorso più intensamente di lui attraverso un labirinto di parole tortuoso e terribile.Questo non ci deve far pensare che Roberto Arlt sia uno scrittore argotico, che la sua comunicazione con il lettore passi attraverso l’uso di un gergo molto popolare; anzi al contrario, una delle sue particolarità è di usare il nostro lunfardo solo in certi dialoghi, quando i suoi personaggi si esprimono come farebbe la gente in quel contesto per le strade di Buenos Aires.
La sua lingua letteraria è lo spagnolo corrente, a volte affetto da un desiderio ingenuo di scrivere “bene”, come è spesso il modo di parlare di quelli che soffrono di carenze culturali derivanti dalla crescita in un contesto sociale di immigrazione operaia, che cercano di compensare i loro errori linguistici attraverso espressioni prese dalla letteratura e riutilizzate quasi sempre in malo modo nei discorsi. Arlt è spesso “curci” ( parola intraducibile che designa il senso estetico basilare di quelli che considerano bello o elegante ciò che la classe media disprezza e considera volgare, dalle cravatte a certe pettinature fino al fatto di dire “la sua signora” e non “sua moglie)”.
Julio Cortázar
Julio Cortázar considerava Arlt scrittore di culto proprio per queste caratteristiche che lo rendono unico. Inevitabile ricercare tutte le possibili informazioni che possano arricchire la lettura. Questa lettura che rimane, per il momento, in attesa del seguito con il romanzo I Lanciafiamme.
Questa lettura che si colloca come un altro tassello della “enorme metafora”, come la definì Borges, che è la città di Buenos Aires. Questa lettura che somiglia a uno snodo letterario, a un Giano bifronte, a un ripercorrere strade già battute con un altro compagno di viaggio che mi suggerisce ulteriori angolature e, nel contempo, sollecita il ricordo di paesaggi mentali confinanti.
“…geniale uso creativo dell’approssimazione, apparente trascuratezza, capacità di trasformare in ricchezza l’assenza di scuola”. (Varanini pag. 234). Caratteristiche che avevo già incontrato durante la lettura de Il giocattolo rabbioso e che qui si esprimono come cifra consolidata.
Così ritorno col pensiero alle geometrie perfette e metafisiche di alcuni scritti borgesiani, alle atmosfere vissute ne Il tunnel di Sabato o quelle di Sopra Eroi e tombe- rapporto sui ciechi rimane scolpito nella mia memoria emotiva di lettrice- non vorrei trascurare Marechal perché in Adán Buenosayres, l’inferno concavo di Cacodelphia si contrappone al paradiso convesso di Calidelphia e il Quaderno vestito di blu è cuscino di pura poesia fra i due mondi.
Cortázar e le sue metropolitane inscritte come un doppio sotterraneo e rilanciate oltre l’oceano. Walsh di Operazione massacro, perché già ne i Sette pazzi si avverte la voce che denuncia un potere capace dei peggiori crimini. Decenni dopo, Rodolfo Walsh lo griderà al prezzo della sua vita.
Infine una divagazione forse poco attinente e azzardata, una sorta di deragliamento del pensiero. Mi riferisco alle funzioni mentali dei personaggi, alla follia intesa come possibile territorio della mente, speculare alla mappa mentale della città e simile a un innesto psichico.
Materia che si distorce, sfugge e s’infiltra nelle pieghe del racconto e che Arlt rende possibile e plausibile con la sua scrittura. Tralascio il susseguirsi degli inviti mentali che riguardano Felipe Delgado e il suo desiderio aparapita nella conca di La Paz. Un altro tassello? Può darsi, subisco il fascino delle sette città, questo è sicuro.
Affermazione: “ Arlt, tu non conosci il lunfardo.
Risposta: “Sono cresciuto a Villa Luro, tra povera gente e malavitosi, e realmente non ho avuto tempo di studiare queste cose”.
Materia che si distorce, sfugge e s’infiltra nelle pieghe del racconto e che Arlt rende possibile e plausibile con la sua scrittura. Tralascio il susseguirsi degli inviti mentali che riguardano Felipe Delgado e il suo desiderio aparapita nella conca di La Paz. Un altro tassello? Può darsi, subisco il fascino delle sette città, questo è sicuro.
Affermazione: “ Arlt, tu non conosci il lunfardo.
Risposta: “Sono cresciuto a Villa Luro, tra povera gente e malavitosi, e realmente non ho avuto tempo di studiare queste cose”.
Commenti
Posta un commento